Reta Vittorio, Visas e altre poesie

…magari là si sarebbe potuta trovare una strada, una soluzione. Secondo me vale certamente la pena di rileggerlo, di segnalarlo. E se ci sarà un incontro con la poesia di Reta, la mia ipotesi è che avvenga con gente che ha vent’anni più facilmente che con gente che ne ha quaranta o più. Edoardo Sanguineti

 

“la cosa più importante che un poeta nuovo ci abbia dato, in questi anni Settanta” Sanguineti su Visas

 

Visas e altre poesie, Vittorio Reta

Le Lettere, Firenze  2006

donato da Viviana Scarinci

Non ho che poche parole per fermare gli attimi fissati in una luce da cartolina illustrata
e vederti agitare fra nastrini di sangue sulla fronte da pirata su un terrazzo
celeste, non mi ricordo se il cielo sta a destra, a sinistra o sotto di noi e i tentativi di spiegarti qualcosa,
forse una cosa terribile che rimandavo di parola in parola persino a me stesso.
So che al mio silenzio non ho avuto risposta perché non miravo mai al centro.

*

È l’afa dei lacrimogeni, a seconda di come li porta il vento,
accantoni l’infanzia quando occupi una città,
i cromosomi della violenza, come li porta il vento,
i piedi affondano nei tappeti, in un tappeto pelvico strappano
vedi, il tuo gesto alla finestra, che alza il braccio mima un gesto
compiuto prima a 500 m di distanza da quando una mano
[ha raccolto una pietra
perciò hai il volto ricoperto di mappe epiteliali
ti si sono stampate addosso le impronte digitali di una immensa
[circolarità

ecco, ora asciugati, senza male le radici
aspetta un poco
una scarica motoria
che faccia rifluire l’eccitazione
prima che venga toccato il punto zero
ecco, vedi abito questo episodio al punto di non poterlo
[descrivere
seguendo una curva, piano, di spalle prima che venga toccato
[il punto zero
molte volte si contrae la muscolatura liscia

l’afa dei lacrimogeni, la biologia di una lacrima,

quel movimento in cui si è trascinati via,
guarda sta per finire
per raddoppiare la parola che ha provocato
guarda, vedi, forse, sanguino.

Vittorio Reta è nato a Genova nel 1947 ed è morto suicida sulle alture di Recco, a Megli, nel settembre del 1977. Laureato in lettere, ha poi frequentato il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, lasciando un film incompiuto. Nel 1976 ha pubblicato, nella collana “gialla” Feltrinelli, Visas, dedicato a Patrizia Vicinelli e con una prefazione di Luciano Nanni. Nel 1979 Antonio Porta incluse alcuni testi di Visas in Poesia degli anni Settanta e nel 1981 Stefano Verdino e Loredana Prada Moroni altre poesie nell’antologia Poeti in Liguria. Edoardo Sanguineti è tornato a ricordare la sua figura in Atlante del Novecento italiano (a cura di Erminio Risso, Piero Manni, 2001). Di recente Reta è stato inserito, a cura di Cecilia Bello Minciacchi, nell’antologia a più voci Parola plurale. Sessantaquattro poeti tra due secoli (Luca Sossella, 2005).

Malgrado Edoardo Sanguineti abbia scritto che le cento pagine di Visas sono “la cosa più importante che un poeta nuovo ci abbia dato, in questi anni Settanta”, Reta è stato a lungo dimenticato: la quasi totalità del ricco corpus poetico inedito è rimasta tale fino a questa edizione restaurata da Cecilia Bello Minciacchi, che firma anche un saggio introduttivo ricco di novità biografiche e implicazioni analitiche. All’omaggio partecipa il grande contrabbassista e compositore Stefano Scodanibbio col suo “Visas per Vittorio Reta” eseguito da l’Arditti String Quartet.

 

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Un pensiero su “Reta Vittorio, Visas e altre poesie

  1. da “Antologia degli Anni Settanta”, 1979 Feltrinelli
    Vittorio Reta si è servito del linguaggio elaborato nel decennio precedente per il proprio viaggio, un viaggio che a poco a poco si è trasformato nel suo corpo lungo linee di tensione condotte fino all’insopportabile per arrivare a scoprire, infine, la purezza della voce che racconta e poi decidere di non avere più nulla da dire, e spegnerla. Reta ha cercato, forse, nella morte quello che ha cercato nella vita: “cancellare i regni della notte precedente” e fissarsi in un “atto luminoso”. Di qui il suo nomadismo ben consapevole di non poter raggiungere alcuna meta se non quella di una momentanea sospensione del tempo come nella stazione in cui “nel quadrante rosso rosa… le lancette si erano fermate per un mese”.
    Mentre Gastone Monari (autore di Pur che tutti ridano, pubblicato nel 1973), altro suicidio che pesa nella poesia del decennio e la segna anche con l’impronta del silenzio, è rimasto in gran parte prigioniero di una coazione a ripetere che gli ha impedito di affrancarsi da influenze dirette appena precedenti, Reta si muove con libertà nella dimensione del racconto almeno fino alle poesie finali in cui ha maturato la volontà di non dire più, rasentando l’afasia nel tentativo di recuperare una densità semantica che non poteva essere sua (e che era stata invece di Giuliani nel Tautofono).
    A questo punto i due silenzi (di Monari e di Reta) si ricongiungono e sul linguaggio della poesia si allunga di nuovo un’ombra di sospetto. Ma è un sospetto ingiustificato: quella di Reta è stata una scelta consapevole, come il suo viaggio, come il suo linguaggio ed è proprio la sua poesia che ci lascia un’eredità di vita non eliminabile. “ecco, vedi, abito questo episodio al punto di non poterlo descrivere … “: è questo il rischio di una totale identificazione tra corpo e scrittura e le vie di uscita possono essere illusorie. Si elimina solo il corpo e la scrittura rimane, come segno di contraddizione, quale è, nella cultura contemporanea.

    dagli appunti manoscritti
    “è il poeta con più spessore di questi anni, ‘poesia come corpo’, perché riesce a tracciare nella sua andatura discorsiva/epistolare un ritmo preciso e sinuoso, lungo linee di tensione mai allentata…
    lingua = linguaggio = corpo = movimenti = viaggi = fughe.
    Reta è il poeta del viaggio in ogni senso (droga e geografica), è nomade e segue la strada della sua sintassi ma il viaggio rischia sempre di essere senza ritorno…”

    Antonio Porta

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