Raos Andrea, I Cani dello Chott el-Jerid

mi inabisso nei miei mali

come spine inorgoglite dal palmo

I Cani dello Chott el-Jerid, Andrea Raos

Arcipelago Edizioni (collana Chap), 2010

donato da Viviana Scarinci

 Poesia 2.0: alcuni articoli su Andrea Raos

di Francesca Matteoni

(…) Se questa lingua poetica affonda e ferisce, infatti, non è per la sua capacità di prendere atto del dolore, ma, al contrario per l’arrendersi a quello stato spiacevole di inadeguatezza alle passioni, per la sua discesa lenta in un limbo di immobilità, in cui i sentimenti per essere accolti devono scandirsi nell’elencazione di elementi – piante, oggetti, parti e secrezioni del corpo, che tornano circolarmente gli uni sugli altri, come una litania, una costrizione al vero, a quel poco di sensibile che resta. noi leggiamo e qualcosa si spezza – la sottile pellicola del rimosso su quello che non ci possiamo raccontare con mezzi “comuni”: il fastidio, la nostra crudeltà, il soffrire di un abbandono in cui l’altro fuggitivo coincide con la nostra pochezza, un amare parcellizzato, mai totale(…) Da qui 

(Cani venuti dall’inferno

mi stanno di continuo alle calcagna

non lasciano un momento di respiro.

Cani venuti dall’inferno

mi stanno alle calcagna di continuo

non mi lasciano nemmeno respirare.

Quanto dovrò camminare ancora

per scollarmi di dosso questi cani

venuti dall’inferno per ghermirmi.

Quanto camminare ancora

via da questi cani che mi cercano

per portarmi all’inferno giù con loro.)

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