PoEtica segnala: Rosaria Lo Russo, Firenze 22 giugno ore 21,30

Lo spettacolo è dedicato alla memoria di Ernesto, Rina, Mimmo e zia Roberta, bambini per sempre.
Per Ernesto, a due anni di distanza, oltre il tempo.

Racconto d’infanzia è un’incursione nella prima narrazione autobiografica che la giovanissima
suora carmelitana Thérèse Martin, su richiesta delle sorelle (cinque, tutte monacatesi nel
Carmelo di Lisieux), ha scritto raccontando la sua vita dall’infanzia all’entrata in monastero.
Contemporaneamente alla scrittura autonarrativa Thérèse è stata autrice di poesie occasionali,
o su soggetti particolarmente cari alla sua visione dell’eroismo cattolico femminile, che rivelano,
insieme al racconto della vita, la sua visione mistica e mitica del destinarsi alla sororità monacale
piuttosto che alla vita borghese (la classe sociale a cui la famiglia Martin apparteneva) di una
donna adulta. Paradossalmente – e protofemministicamente – Thérèse, tramite la scrittura,
rappresenta il suo anelito di libertà spirituale e intellettuale rispetto alla “clausura” dei rituali
convenzionali cui le donne della sua società e della sua epoca erano destinate. E sceglie di restare
Bambina per sempre, affrontando la vita da suora e la morte da santa con la consapevolezza
della scelta di rimanere al di qua della vita di una donna adulta della provincia francese tardoottocentesca,
autoescludendosi dalle tappe forzate della vita femminile della borghesia.
Ad una restituzione vocale fedele del testo di Santa Teresina – santa popolarissima e amatissima
proprio perché archetipo della Bambina-Vergine-Madre (in quanto suora, Madre) – l’archetipo
dell’unica femminilità-altra accettata dal pensiero e dalla mentalità borghese (ma accettata
in quanto autoesclusione, non in quanto libera alternativa), si contrappone la messa in scena
del corpo femminile nella sua realtà di impedimento ad esistere, e diventare adulto al prezzo di
perdere l’innocenza, la visione mi(s)tica del mondo. Thérèse sceglie di non diventare adulta, prima
facendosi monaca carmelitana, in acquiescenza alla sorella maggiore, Pauline, poi di vivere
anelando la morte come ritorno all’amore originario, al principio stesso del venire al mondo,
per preservare il valore eversivo dell’innocenza, della delicatezza, della fragilità come risposta
straziata e straziante al dolore per la realtà del male. Una requiescenza che non è passività e
tanto meno bigottismo ottocentesco proprio perché oppone al potere ecclesiastico la resistenza di
una clausura sororale dalla quale prende corpo una scrittura narrativa e poetica (che prevedeva
anche frequenti incursioni teatrali in monastero, “pie ricreazione” le chiamava Thérèse) vòlta
a sottrarsi alla schiavitù del mondo in nome della libertà dello spirito creatore dell’infanzia di
inventare, con coraggio, l’oltranza e l’alterità come dimensioni di spossessamento: infine di libertà
dall’Io. L’itinerario mistico di Thérèse, la “petit voie” (la “piccola via”), è questa infinitamente
piccola resistenza al potere e al male attraverso la straordinaria capacità infantile di perseverare
nell’invenzione del bene.

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