Fichera Paolo, Nel respiro

l’indicibile nel richiamo è già detto p.f.

Fichera Paolo, Nel respiro

L’arcolaio, 2009

donato da Paolo Fichera

(…)

le stringhe allacciate le scarpe
che ti infilo, guido e tu al fianco
preparo il tuo pranzo, ti rifaccio
il letto, posiziono il cuscino bene
ti stringo il braccio, ti porto io
ti difendo dagli occhi dell’Altro

scarto alla fonte il membro inciso
sgretolato argine, nuovi flussi
due e due altre pupille

: mani sui giuramenti
scelti a oltranza
tumuli intercapedini in radici
di marmo bitume e spocchioso amore,
resta il divario roso da mastici,
l’unico fiume aperto in Grazia

Nel crepaccio del corpo, tre possibili letture de Nel respiro, voce di Viviana Scarinci

°

(…) In questo scenario la forma riveste, ovviamente, un’importanza peculiare, non tanto sotto l’aspetto stilistico ma sotto quello di unico strumento disponibile, sorta di ponte o scala, per avvicinarsi all’indicibile, sapendo che “l’indicibile nel richiamo è già detto”. Fichera dà vita a una monodia, un basso continuo dove la scansione fonetica dei metri (endecasillabi e settenari in maggior parte) è modulata, tramite stanze, su pause e cesure di ampiezza diversa, quasi un telaio sonoro che intreccia sull’ordito i fili ossessivi del dolore e del crudo, del sacro e del fatale in uno al contestuale accadere della fine e dell’inizio. Siamo di fronte a una salmodia laica, che ricorre, in maniera originale, a figurazioni neo-classiche (il calice, la spada, i marmi, le “pupille” che diventano sguardi in perenne transito) come in un tentativo di raggelare il processo con un’impossibile equidistanza, che maschera solo in parte il timore attonito di fronte alla forza incoercibile del flusso. E infatti il persistere di un rimbombo corrusco (valga ad esempio l’“apocalisse che sgrana metalli”) svela le latenti passioni di questa scrittura riecheggiando, come raramente accade nella poesia contemporanea, Foscolo, perché qui il “movimento è struttura del silenzio: il segno inciso a fondo scava una superficie piana” in un bassorilievo senza tempo. (…) Viola Amarelli su Nel respiro

°

Cos’è questa cosa caduta che si può augurare a un re nel crepaccio del corpo?
Questa caduta, innanzitutto, è nel sangue, nel battito e nel respiro. E questo re è un figlio, “figlio la sete figlio fame/figlio l’utero figlio vena danza”, p. 27.
Questa una chiave semplice, assai semplice, non del tutto adeguata a sbrogliare la matassa durissima di questo canto; perché nel testo il rapporto si rovescia nello specchio dell’essere figli, figli senza padre, col segno del destino tra le mani, custodi del doppio senso della vita e della morte, del rito del battesimo e della sepoltura. Sebastiano Aglieco su Nel respiro

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